Brasile: epicentro del virus del populismo

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Un anno di catastrofe e resistenza

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Nella seguente analisi, gli anarchici brasiliani esaminano come la pandemia e il crescente populismo di estrema destra coincidano con un’economia coloniale di estrazione, esaminando una società destinata a un collasso catastrofico. In questo contesto, progetti auto-organizzati di mutuo soccorso e difesa collettiva che coinvolgono corrieri, tifosi di calcio, organizzatori indigeni, squatter, residenti delle favelas e della periferia urbana, antifascisti e altre fasce della popolazione prese di mira possono effettivamente rappresentare la nostra unica speranza di sopravvivenza. Per leggere in testo in portoghese, cliccate qui.


“La storia non è fatta da un pugno di attivisti con la giusta ideologia ma attraverso azioni imprevedibili d’innumerevoli proletari che imparano a combattere insieme contro ciò che percepiscono (per quanto in modo impreciso) minacciare il loro futuro. Entrano in queste lotte con idee contraddittorie, e queste si risolvono solo nel processo materiale di sostenere tali movimenti e portarli avanti.”

-Chuang, Other Voices from the Anti-Extradition Movement (Altre voci dal movimento antiestradizione)

Nella letteratura e nei film distopici in cui un evento catastrofico fa collassare la civiltà, vediamo spesso esseri umani che in seguito a tale evento vivono in gruppi, pianificando di “ricostruire il mondo perduto,” come se ripristinare quella stessa organizzazione sociale e struttura economica che li ha trascinati al collasso potesse essere la risposta alla loro sofferenza. Per questi personaggi - e per i loro leader con discorsi epici - il problema non era il normale funzionamento del sistema ma la sua fine. Ciò si nota in 28 giorni dopo (2002), I figli degli uomini (2006), Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie (2014) e in molti altri film che flirtano con i nostri desideri e con le nostre paure sulle possibilità che potrebbero seguire un disastro con il potenziale di sconvolgere irreparabilmente il nostro modo di vivere, che si tratti di un’apocalisse nucleare, di un virus mortale o dell’infertilità umana.

Di origine francese, la parola “dés-astre” indica il distacco dai corpi celesti: una rottura nel nostro rapporto con il cosmo, con il nostro destino. Molte persone possono solo immaginare la fine del capitalismo come un evento disastroso che ci lascerebbe disperati e persi, come in quelle distopie: città in rovina, terreni sterili, inquinamento estremo, guerre infinite, fame e, naturalmente, malattie mortali che si diffondono senza controllo. Tuttavia, per quelli di noi che sopravvivono alle crisi del mondo reale fatte da disastri e pandemie causate dal capitalismo, il problema è la normalità. Per noi, la crisi è già iniziata e il disastro - il vero disastro - significa che tutto continui così com’è. Diseguaglianza, privatizzazione, inquinamento, oppressione e violenza non rappresentano una rottura con la normalità del sistema in cui viviamo; sono anzi le condizioni per cui potrà continuare a prosperare.

Il capitalismo non è il primo sistema diseguale e brutale nella Storia ma è il primo a mettere in pericolo vite in tutto il mondo in modo tale che una minoranza possa evolversi in un sistema unificato a livello globale. Facciamo fatica a capirlo perché è il mondo in cui viviamo, il mondo che condividiamo con le persone che amiamo, da cui traiamo il nostro sostentamento, anche se a costo di molta sofferenza. In questo mondo, le tragedie sono distribuite in modo diseguale, per non dire altro: una decina di miliardari continuano a determinare il nostro futuro, le nostre vite e le nostre morti, poiché controllano la maggior parte delle risorse del nostro pianeta e ne beneficiano. Il resto di noi lotta per lavori che stanno diventando sempre più precari, combattendo per mantenere le nostre case, per sopravvivere a poliziotti razzisti, per non finire in ospedali affollati, in camion frigo o in fosse comuni che costituiscono il nuovo scenario della pandemia.

[[https://www.youtube.com/embed/DoPq81Q19r8 “Mentre centinaia di migliaia di persone sono vittime del COVID-19 in tutto il territorio occupato dallo stato brasiliano, Bolsonaro sta seguendo il copione di Trump per consolidare il controllo: diffondere la propaganda sulla frode elettorale, armare i suoi sostenitori e cercare di ottenere maggiore influenza sulla Polizia. Come lo fermiamo?” ] ]

Dobbiamo farla finita con l’idea che la morte del capitalismo sia la morte di qualcosa che porta la vita. Il capitalismo è ciò che sta minacciando la nostra sopravvivenza, imponendo una concorrenza artificiale all’interno della scarsità artificiale. Persino gli scrittori sono sempre più incapaci di descrivere il futuro come un progresso o una promessa di “giorni migliori.” Ci sono risorse, cibo e terra sufficienti per tutti ma coloro che li controllano preferirebbero distruggerli anziché condividerli con noi. Un’organizzazione sociale che mette in orbita satelliti per esplorare galassie ma non può nutrire la popolazione terrestre, che produce medicina avanzata ma la rende intenzionalmente inaccessibile alla maggior parte delle persone, è un’organizzazione sociale che porterà inevitabilmente al proprio collasso. Non ci stancheremo di ripeterlo: il vero disastro non è la fine del capitalismo, ma la sua prosecuzione.

Scienziati e istituzioni ufficiali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità stanno mutuando dai movimenti ambientalisti e anticapitalisti il ruolo “allarmistico” di annunciare le crisi globali causate da un’espansione economica senza ostacoli. Nel 2018, l’Intergovernmental Panel for Climate Change – Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) ha dichiarato che ci stiamo progressivamente avvicinando a un aumento catastrofico della temperatura terrestre, avendo al massimo dodici anni per fermare questo processo. All’inizio del 2019, la Piattaforma intergovernativa per la biodiversità e sui servizi degli ecosistemi (IPBES) ha pubblicato un report dimostrando che almeno un milione di specie scomparirà dalla superficie del nostro pianeta nei prossimi decenni – tra questi, svariati esemplari di flora e fauna comuni, e anche insetti e microrganismi necessari per l’agricoltura che ci nutre tutti. Nell’agosto 2020, nel mezzo della pandemia, scienziati di tutto il mondo hanno pubblicato il report sullo State of the Climate 2019, avvertendo che questo decennio è stato il più caldo della Storia. Nel suo libro del 2016 Big Farms Make Big Flu (Le grandi fattorie producono una grande influenza), Rob Wallace aveva già sottolineato le connessioni concrete tra capitalismo, industria, agrobusiness e focolai epidemiologici come quello in cui viviamo ora.

In mezzo a tutte queste tragedie, vediamo che i governi di sinistra nelle Americhe e in tutto il mondo non sono in grado di contenere l’ascesa del populismo. Non sono rimasti lontani dalla corruzione; non sono riusciti a mantenere le loro promesse di “includere gli esclusi” proteggendo i privilegi dei ricchi e il fragile benessere della cosiddetta “classe media,” una fascia che di solito s’identifica con i desideri e le ideologie della classe dominante. Non è una questione di giudizio morale ma un indizio del fatto che la corruzione è insita in tutti gli Stati e nel capitalismo, poiché entrambi servono a mantenere la divisione tra chi controlla e chi obbedisce, chi ostenta e chi muore di fame. I Governi di sinistra sono stati estromessi da elezioni o colpi di stato guidati dall’estrema destra, che assume forme diverse in ogni Paese - sia populista, fascista o autoritario - ma colgono l’insoddisfazione e la delusione generalizzate a livello globale.

La Democrazia continua a oscillare avanti e indietro come un pendolo, prendendo il potere da sinistra per dare a destra e viceversa senza alcun cambiamento nella struttura politica ed economica. Per ogni Lula o Dilma che non riesce a placare la ribellione mediante concessioni e maggiori investimenti in apparati e leggi repressive, compaiono nuovi Bolsonaro e Trump, pronti a fare un doppio sforzo e a dichiararsi i nuovi leader che “si ribellano all’interno dell’ordine” sfidando i limiti della Democrazia, estendendoli al confine del totalitarismo. A questo proposito, potremmo dire che quelli che oggi chiedono una “rivoluzione” reazionaria sono di estrema destra, laddove quelli di sinistra si crogiolano nei tentativi di preservare i miseri progressi economici, politici e sociali che hanno usato per placarci molto tempo fa, mentre governano per gestire la nostra disperazione.

Vediamo il risultato dal Brasile e dagli Stati Uniti a Russia, Ungheria e India: nuovi autocrati populisti che sovvertono le proprie leggi impunemente, guidando Governi che fanno impantanare le loro popolazioni nella tragedia mortale della pandemia di COVID-19. L’unica cosa peggiore che vivere in una società in cui i piccoli leader monopolizzano tutto il potere e le risorse per imporre decisioni sulle nostre vite e sulla nostra salute è vivere in una società in cui quei leader usano il proprio potere per lasciare che la malattia e la morte ci perseguitino senza intralci.

Mentre scriviamo questo testo, il Brasile sta seppellendo 240.000 dei 2,5 milioni di persone uccise in tutto il mondo e, secondo i dati ufficiali, ha oltre 10 milioni di casi di contagi. La crisi del coronavirus è il ritratto più fedele di un disastro globale prevedibile e prevenibile.

La peggior pandemia in oltre un secolo non è “pedagogica,” non è un messaggio di Gea, non è una punizione divina. Ma non è nemmeno avulsa all’azione umana in tutto il mondo, come la meteora nel film Armageddon (1998) o il pianeta in rotta di collisione con la Terra in Melancholia (2011). È il risultato diretto dell’avanzata del capitalismo, dell’agrobusiness e dell’urbanizzazione sui biomi e sulla fauna selvatica. È l’effetto materiale, politico e soggettivo di un evento che deve ancora avvenire.

Ora ci sembra di essere più vicini a Il cavallo di Torino (2011) di Bela Tarr, per il quale la fine del mondo è allo stesso tempo strana e ordinaria, monotona in una vita ridotta alla sopravvivenza: la lenta cancellazione del futuro.

“Il modo in cui vedo la fine del mondo è molto semplice, molto silenzioso, senza nessuno spettacolo, senza fuochi d’artificio, senza apocalisse. Discende fino a diventare sempre più debole e alla fine finisce.”

-Bela Tarr

Se non sembra più possibile - o addirittura preferibile - rimandare la fine, è perché è già qui. Il grande dilemma è ora come affrontare una fine che non si precipiti come una rivoluzione ma come una crisi perpetua. Iniziamo con la partenza per un’altra fine del mondo nel mezzo del disastro. È solo cominciando da lì che possiamo agire.

Sanificazione di un centro commerciale a Caxias do Sul, Rio Grande do Sul.


II. Il capitalismo è un disastro logistico

“Io sono veramente libero solo quando tutti gli esseri che mi circondano, uomini e donne, sono ugualmente liberi. La libertà degli altri, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è al contrario la condizione necessaria e la conferma. È la schiavitù degli uomini a porre una barriera alla mia libertà, o, che è lo stesso, è la loro bestialità a negare la mia umanità. Per la mia dignità di uomo, il mio diritto umano, che consiste nel non obbedire a nessun altro uomo e nel determinare i miei atti in conformità con le mie convinzioni, mediate attraverso la coscienza ugualmente libera di tutti, solo quando la mia libertà e la mia dignità mi ritornano confermate dall’assenso di tutti. La mia libertà personale, così convalidata dalla libertà di tutti, si estende all’infinito.”

- Mikhail Bakunin, “La libertà degli uguali”

Nel maggio 2020, alla domanda su come limitare l’economia e mettere in pratica le regole per il distanziamento sociale, Bolsonaro ha paragonato il Brasile alla Svezia, dicendo che il Paese nordico “non si è fermato,” rappresentando un buon esempio di nazione che ha mantenuto la sua “normalità” di fronte alla pandemia. All’epoca, in Brasile per il coronavirus erano morte 13.000 persone mentre in Svezia poco più di 3.000.

Il confronto tra questi due Stati potrebbe sembrare ridicolo, considerando che la popolazione svedese è 21 volte inferiore rispetto a quella brasiliana, anzi è ancor meno dei 12 milioni di persone che vivono nella città di San Paolo. Inoltre, i 10 milioni di svedesi sono ben supportati dal welfare statale e dall’inclusione sociale ed economica che la maggior parte dei 210 milioni di brasiliani non può nemmeno sognare. Non vogliamo fare lusinghe ingenue al modello capitalista nordico, che potrebbe essere meglio descritto come “la più grande comunità chiusa del mondo.” L’esistenza di questi “condomini” globali negli svedesi e nei norvegesi del mondo richiede marginalità globale in America Latina, Africa e Asia che fungono da riserve di manodopera a basso costo, zone di estrazione di risorse naturali e discariche di rifiuti con legislazioni opportunamente flessibili. Ciò spiega come sia possibile che il Brasile non sia in grado di controllare la pandemia e i suoi effetti pur avendo il più grande sistema di sanità pubblica al mondo, esacerbando diseguaglianze consolidate e forme di esclusione.

Il Brasile è una nazione di dimensioni continentali con una consistente economia produttiva. È tuttavia ancora caratterizzato da una profonda diseguaglianza sociale e da un ruolo conforme nel mercato globale come produttore ed esportatore di prodotti agricoli e primari come cereali, minerali e petrolio. Ben 14 delle prime 15 esportazioni sono primarie. Con abbondanti biomi, acqua e terra arabile, la produzione alimentare sul suolo brasiliano è la terza più grande al mondo, che sfama 1,5 miliardi di persone in tutto il mondo. Ma quest’economia tratta foreste, fiumi, suolo e tutte le vite umane e animali come nient’altro che fonti di reddito nel mercato esterno. Si basa su proprietà privata, concentrazione di ricchezza e terra, deforestazione, inquinamento, violenza, [caporalato](https://brazilian.report/society/2019/11/28/precisao-documentary-face-modern-slavery-brazil/9 e l’appropriazione delle terre indigene, un processo che non ha subito rallentamenti dall’invasione europea nel 1500, nemmeno durante la pandemia.

Mentre Bolsonaro esorta i brasiliani a fingere di essere svedesi, una parte considerevole della popolazione non ha accesso all’acqua o al trattamento delle acque reflue, o anche ai documenti necessari per richiedere tali servizi. Per 35 milioni di brasiliani, i servizi igienici ordinari non sono nemmeno possibili, poiché non c’è accesso all’acqua potabile. Quasi 100 milioni di persone, il 47% della popolazione brasiliana, non hanno accesso a un sistema fognario. A differenza della Svezia, dove il Governo ha finanziato il 90% degli stipendi per mantenere le persone a casa, nel 2020 circa 46 milioni di brasiliani vivevano senza documenti, conti bancari o accesso a Internet, invisibili agli occhi dello Stato ed esclusi dal ricevere aiuti di emergenza — che equivale a poco più della metà del salario minimo brasiliano ma quattro volte superiore al minimo del famoso programma di aiuto Bolsa Familia di Lula. Quest’esclusione si riflette direttamente nelle statistiche sull’impatto del COVID-19, così come colpisce quelle stesse persone nei tempi “normali”, sia per la miseria sia per la violenza che ne derivano.

Violenza, sicurezza e controllo della Polizia

La scena disastrosa della pandemia di Covid-19 in Brasile non sarebbe avvenuta senza lo stato di calamità permanente imposto dalle forze di sicurezza. A Rio de Janeiro, per esempio, anche con le attività commerciali chiuse e con le raccomandazioni di restare a casa, gli omicidi commessi dalla Polizia sono [aumentati del 43% ad aprile](https://brasil.elpais.com/brasil/2020-06-02/mortes-em-operacoes-policiais-aumentam-no-brasil-apesar-da-quarentena.html9, il primo mese di lockdown e quarantena. Tra le 177 persone uccise dai poliziotti di Rio de Janeiro nell’aprile 2020 ricordiamo il quattordicenne [João Pedro](https://brasil.elpais.com/sociedade/2020-05-19/jovem-de-14-anos-e-morto-durante-acao-policial-no-rio-e-familia-fica-horas-sem-saber-seu-paradeiro.html?rel=listapoyo9, colpito dagli agenti mentre si trovava a casa, e il diciottenne João Vitor, ammazzato dai poliziotti mentre gruppi del movimento sociale consegnavano scatole di cibo a Cidade de Deus. Dopo che l’STF (Tribunale Supremo Federale brasiliano) ha vietato le operazioni di Polizia durante la pandemia del 5 giugno, le morti sono diminuite del 70% in tutta la città. Rafaela Coutinho, madre di João Pedro, ha così riassunto la situazione: “Stavo proteggendo João Pedro da un virus ed è stato vittima di un virus ancora più terribile: il virus di uno Stato assassino.”

“Le vite dei neri e delle favelas contano:” una protesta contro la violenza della Polizia e il razzismo a Rio de Janeiro, maggio 2020.

La devastazione ambientale, l’esproprio di terre indigene, gli omicidi della Polizia, la persecuzione politica degli educatori: le crisi non vengono mai da sole. Inoltre, diventano spesso opportunità per far approvare determinate misure, misure che attirerebbero molta più attenzione - o resistenza - in altri periodi. L’attuale Ministro dell’ambiente ha dichiarato in un video che la pandemia era un momento opportuno per approvare leggi che facilitassero il degrado ambientale, “laddove i media coprono solo il COVID.” In effetti, abbiamo assistito a rapide misure legali per smantellare la legislazione sulla protezione ambientale](https://www1.folha.uol.com.br/ambiente/2020/07/governo-acelerou-canetadas-sobre-meio-ambiente-durante-a-pandemia.shtml). L’interruzione delle ispezioni durante il periodo di pandemia e lockdown ha consentito agli allevatori di bestiame, ai commercianti di legname e ai minatori di penetrare ulteriormente nelle foreste [dell’Amazzonia e del Pantanal](https://g1.globo.com/natureza/noticia/2020/08/03/pantanal-teve-3-vezes-mais-focos-de-incendio-em-julho-do-que-no-mesmo-mes-em-2019-mostram-dados-do-inpe.ghtml9, provocando un aumento del 28% degli incendi rispetto allo scorso anno.

Allo stesso tempo, movimenti e gruppi indigeni e [quilombolas](https://news.mongabay.com/2017/08/quilombolas-community-land-rights-under-attack-by-brazilian-ruralists/9 hanno denunciato il governo di Bolsonaro per aver messo in pratica un “piano genocida per liberare l’area” consentendo al COVID-19 di raggiungere comunità che non hanno il minimo indispensabile per resistere. Anche il ministro dell’STF Gilmar Mendes ha usato la parola “genocidio” per descrivere la politica di questo Presidente che a luglio ha posto il veto alle misure per aumentare l’accesso ad acqua potabile, forniture igieniche, connessione a Internet e forniture educative sulla prevenzione delle malattie nelle lingue indigene. Bolsonaro ha anche posto il veto a una misura che afferma l’obbligo dello Stato di fornire cure mediche alle popolazioni indigene. Nelle Americhe, prima della fine di luglio, 70.000 indigeni erano stati contagiati e più di 2.000 erano morti di COVID-19. Nel XXI secolo, questo è il nuovo volto di un progetto coloniale che, quando non colpisce direttamente i popoli indigeni con le armi, impiega ancora una volta malattie e negligenza per uccidere le persone e sterminare intere comunità, sia che si tratti dello Stato cileno contro il popolo Mapuche nella regione dell’Araucania o lo Stato brasiliano contro i Guarani-Kaiowa nel Mato Grosso do Sul.

Tra le misure di sorveglianza statale si annoverano ora anche metodi innovativi come la sorveglianza telefonica, il riconoscimento facciale e il controllo attraverso termocamera. Non abbiamo ancora sperimentato una sorveglianza così intensa come nei quartieri completamente bloccati a Madrid, o i robot che monitorano le persone per le strade in Tunisia, o la sorveglianza telefonica individuale e il riconoscimento facciale che tracciano i cittadini in Cina. Ma ovunque il controllo statale prenda piede, potrà solo intensificarsi.

Le misure d’isolamento e l’intervento della Polizia per reprimere riunioni e raduni ci ricordano gli anni della dittatura militare (1964-1985), quando c’era il coprifuoco e qualsiasi aggregazione di oltre due persone, per quanto casuale, veniva sciolta dalla Polizia in quanto potenzialmente cospiratoria. Per coloro che ricordano quegli anni - o che ancora sperimentano lo stato di Polizia e militare nella periferia delle città o nelle aree rurali - tali misure assumono sempre la forma di un’applicazione ostile, anche se sono “per la salute di tutti.” Il classico esempio del motivo per cui tali misure possono suscitare l’ira della gente è il noto “Revolta da Vacina” (Rivolta dei vaccini) del 1904, quando il Governo di Rio de Janeiro, all’epoca capitale del Brasile, impose un piano di vaccinazione per combattere con la forza il vaiolo, con i poliziotti che irrompevano nelle case per costringere le persone a farsi vaccinare. Allo stesso tempo, un violento progetto di urbanizzazione igienica demolì intere strade, costringendo i poveri a trasferirsi in periferia.

[[https://cdn.crimethinc.com/assets/articles/2021/02/21/21.jpg Un tram ribaltatosi a Rio de Janeiro durante la Rivolta dei vaccini del 1904.]

Oggi, tali rivolte non sono necessariamente dirette contro la scienza, la medicina o la salvaguardia della salute ma contro l’autoritarismo e il potere di coloro che mirano a costringerci ad accettare le loro decisioni senza dialogo come un modo per sopprimere l’auto-organizzazione. Per esempio, nel 2019, il Governatore di San Paolo, João Dória della PSDB, [ha riportato in vita la legge del 2014](https://g1.globo.com/sp/sao-paulo/noticia/2019/01/19/doria-regulamenta-lei-de-2014-que-proibe-uso-de-mascaras-em-manifestacoes.ghtml9 che vieta l’utilizzo di maschere durante manifestazioni al fine di ostacolare i black bloc. Un anno dopo, lo stesso Governatore ha ordinato l’uso di mascherine in tutto lo Stato per tutti quelli che, qualunque sia il motivo, scendono in strada. Quest’ironia mostra quanto siamo vulnerabili e alienati dal nostro operato quando contiamo su politici e leggi per determinare ciò che è meglio o più sicuro per noi.

Doria, il Governatore di San Paolo, ha proibito le maschere nel 2019 e le ha rese obbligatorie nel 2020.

Linee di esclusione

È difficile implementare l’apprendimento a distanza dove gli studenti non hanno un computer o un accesso a Internet o vivono con diversi membri della famiglia in abitazioni di una o due stanze. La pandemia ha solo esacerbato le enormi diseguaglianze tra studenti delle scuole pubbliche e private. L’ aumento della violenza domestica durante i lockdown ha fatto luce sul patriarcato e sul sessismo nella nostra società. Le rivolte carcerarie contro la violazione dei diritti umani e l’incuria con cui i funzionari della prigione permettono al COVID-19 di diffondersi mostrano la brutalità di un sistema penienziario sovraffollato e omicida. I nuovi pericoli che minacciano la vita delle persone nelle campagne, delle popolazioni indigene e degli anziani](https://apublica.org/2020/06/covid-19-pode-matar-ate-33-mil-idosos-em-abrigos-no-brasil-aponta-estudo/) rivelano l’esclusione sociale di cui questi gruppi sono vittime da secoli.

La pandemia non è diversa da altri disastri che colpiscono in modo sproporzionato i poveri e gli esclusi. Quando l’inverno o un temporale colpisce una città e i senzatetto muoiono di freddo e le case costruite in zone ad alto rischio crollano, è ovvio che i problemi non sono il freddo o la pioggia, ma il fatto che le persone rimangono senza le risorse fondamentali di cui hanno bisogno per affrontare tali situazioni. Finché il capitalismo persisterà, le persone in fondo alla piramide soffriranno sempre di più in qualsiasi crisi o catastrofe. Come le tragedie precedenti, questa crisi sanitaria ha un’età, ma anche un colore e un indirizzo: ad aprile, in Brasile il numero di persone di colore uccise dal COVID-19 era già cinque volte superiore al numero di vittime bianche. Studi recenti indicano che, a San Paolo, casalinghe, liberi professionisti e chi utilizza i mezzi pubblici sono le principali vittime della pandemia, mentre i datori di lavoro non hanno quasi possibilità di contagio.

Come affermarono alcuni degli anarchici che combatterono l’epidemia di colera in Italia nel 1884: “La vera causa del colera era la miseria e la vera medicina per impedirne il ritorno non può essere altro che una rivoluzione sociale.” Con pochi aggiustamenti, possiamo dire la stessa cosa della nostra situazione nel XXI secolo. Le disparità geopolitiche - il Brasile nutre il 20% del pianeta ma non garantisce risorse di base, come acqua e fognature, a quasi il 50% della sua popolazione - dimostrano che il problema non è la scarsità di risorse bensì la concentrazione di tutta la terra, denaro, infrastrutture e potere [nelle mani di un gruppo sempre più ristretto di persone](https://www.bbc.com/portuguese/brasil-427680829. Il problema del capitalismo è la distribuzione e la causa è la logica stessa della sua economia e politica.

Se la pandemia di COVID-19 ci ha insegnato qualcosa, è che il capitalismo è pieno di strozzature che bloccano l’accesso alle risorse. Una crisi che minaccia la salute di tutte le persone in tutti i continenti, esponendo i più poveri e vulnerabili a morti evitabili - e mettendoli in pericolo, consentendo al virus di continuare a diffondersi e minacciare anche gli altri - conferma che questo sistema economico non è in grado di sostenere tutti. Come potrebbe dire Bakunin [1^], la mia salute dipende dalla salute di tutti gli altri, in tutto il pianeta. Gli anarchici e gli altri radicali hanno sempre sostenuto che la libertà deve essere per tutti se qualcuno vuole essere veramente libero. Questa pandemia conferma che, mentre ad alcuni manca la libertà, mentre altri non hanno lo stesso accesso alle risorse e all’autonomia per cooperare e sostenersi a vicenda, un singolo malato rappresenta un rischio per la salute di tutti. Fino a quando non distruggeremo queste linee di esclusione, saremo tutti a rischio.

[1^]: “Sono veramente libero solo quando tutti gli esseri umani che mi circondano, uomini e donne, sono ugualmente liberi. La libertà degli altri uomini, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è al contrario la condizione necessaria e la conferma “. –Mikhail Bakunin

Un becchino in una sezione del cimitero di Caju riservato alle vittime di COVID-19 a Rio de Janeiro, il 14 maggio 2020.

III. L’immagine del futuro: populismo nazionalista o rivoluzione sociale?

“I politici professionisti, vedendo che stanno perdendo terreno, perché lo Stato vacilla con il capitalismo, diventano banditi professionisti per proseguire con le stesse posizioni di potere e assalto alle finanze pubbliche. Sorgono spedizioni primitive. È fascismo.”

- [Maria Lacerda de Moura](https://www.katesharpleylibrary.net/gf1w8f9, “Fascismo: Figlio della Chiesa e del Capitale,” 1934

Le rivolte del 2013 in Brasile scossero la fragile stabilità costruita dal governo del PT, dimostrando che i disordini popolari non potevano essere placati attraverso la conciliazione di classe. La Democrazia non rappresenta niente e nessun altro che gli interessi delle élite, e quando la popolazione raggiunge i limiti che la Democrazia impone alla sua capacità di soddisfare i propri bisogni e di far sentire la propria voce, le strade in fiamme diventano ancora una volta il loro canale di espressione.

Movimenti in favore del trasporto gratuito, come l’MPL (Movimento Passe Livre), hanno continuato la tradizione dei movimenti autonomi sorti a cavallo del secolo; la loro costante organizzazione per oltre un decennio è stata fondamentale per la rivolta scoppiata nel 2013. Quell’insurrezione sfuggì a qualsiasi forma di controllo, sia dai movimenti stessi sia dai partiti, sindacati o organizzazioni tradizionali. Ma quando questi gruppi autonomi e anticapitalisti furono efficacemente repressi dal Governo del PT, la destra approfittò della situazione per ottenere risalto nelle manifestazioni e su Internet.

[https://cdn.crimethinc.com/assets/articles/2021/02/21/23.jpg [Il “bacillo della peste” a Brasilia, 15 marzo 2015.]]

Alla fine del 2014, il PT ha vinto la sua quarta elezione consecutiva, la seconda vittoria di Dilma Rousseff. Sconfitto, il candidato del PSDB [Partito socialdemocratico brasiliano], il secondo più grande partito del Paese, invocò una delle prime proteste con gli slogan “Fora Dilma” (“Dilma fuori!”) E “In difesa della Democrazia,” contribuendo a catalizzare le imponenti proteste per l’impeachment di Dilma Rousseff avvenute negli anni successivi. Senza la possibilità di vincere un’elezione, i partiti conservatori organizzarono i loro rappresentanti in Parlamento, ampiamente sostenuti dai media e dall’élite imprenditoriale. Nel 2016, riuscirono a far passare un impeachment che fece terminare 13 anni di governi PT e fece subentrare Michel Temer del PMDB (ora MDB - Movimento Democratico Brasiliano).

Il governo di Temer ha perseguito il suo programma conservatore, accelerando il progetto neoliberista già in corso sotto il PT. Anche Temer ha incontrato molte resistenze popolari: occupazioni contro lo scioglimento del Ministero della Cultura, occupazione di oltre mille scuole e di un centinaio di università, manifestazioni violente e scontri a Brasilia contro il congelamento del bilancio della sanità nel 2016, la richiesta di uno sciopero generale nel 2017 e una grande manifestazione che prese il controllo del centro della capitale e conclusasi con l’incendio di due Ministeri. Tutti questi episodi sono stati importanti per quanto riguarda la lotta e la resistenza che hanno respinto lo Stato ma non hanno rallentato la crescita della destra nelle strade.

Manifestanti che occupano il Paraná State College contro il [PEC 241] di Temer nel 2016.

Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2018, le proteste della campagna #EleNão (“Non lui”), organizzata in primo luogo dai movimenti delle donne contro Bolsonaro, dimostrarono che migliaia di persone erano ancora disposte a manifestare per le strade. Ma non furono in grado di radicalizzare le loro azioni e i loro programmi come fecero i movimenti del 2013, né di compromettere la vittoria di Bolsonaro alle urne.

“Ele Não” (Non lui “): i movimenti femministi radunano migliaia di persone a San Paolo contro l’elezione di Bolsonaro nel 2018.

In altre parole, non sono stati solo i movimenti autonomi a guadagnare terreno; i reazionari hanno anche imparato a reclutare sempre più persone per le strade. Quando la sinistra mainstream è fuggita dalla rivolta popolare del 2013 per continuare a inseguire il potere e il controllo statale, il risultato è stato che la destra è riuscita a presentarsi come soluzione elettorale al fallimento del sistema democratico stesso. Bolsonaro ha vinto le elezioni presidenziali del 2018 perché ha capito meglio di gran parte della sinistra che il modello di Democrazia rappresentativa era logoro. Il fascismo è alimentato dalla reazione dello Stato contro le rivolte popolari.

Il più grande populista o solo un altro autoritario?

Bolsonaro ha sconfitto il PT con il 55% dei voti al secondo turno. Ma in precedenza, al primo turno, la polarizzazione ha schiacciato il PSDB, il più grande rivale del PT e il principale partito che rappresenta la destra neoliberista brasiliana dalla fine della dittatura. Nelle elezioni del 2018, il partito al potere prima del PT ha ottenuto solo un misero 4% di voti. Gli effetti della polarizzazione e della radicalizzazione promossi dai movimenti di destra hanno imposto profondi cambiamenti nel panorama politico del Paese, mettendo la personalità di Bolsonaro al posto di un intero partito come polo alternativo al PT.

I peggiori effetti del bolsonarismo dovevano ancora venire. Come aveva ammonito l’anarchico italiano Malatesta, come ha dimostrato il militante spagnolo Durruti e come ha confermato l’anarchica brasiliana Maria Lacerda de Moura, ogni élite e ogni Governo hanno sempre a portata di mano il fascismo come arma per contenere o impedire l’avanzata della classe operaia. In tempi di crisi economica e politica, personalità e programmi fascisti possono sedurre le élite e l’elettorato con la promessa di una soluzione. La nuova ondata populista che vediamo oggi in tutto il mondo incarna tale strategia. Anche se non tecnicamente fascisti – o, al momento, privi della capacità di esserlo -, politici come Bolsonaro attivano dinamiche fasciste incanalando il risentimento delle classi medie e il loro desiderio di riprendere il controllo dello Stato verso l’odio delle minoranze e dei pochi diritti da queste conquistati. A partire dall’elezione di Bolsonaro, le cellule e i siti web neonazisti sono aumentati notevolmente. Più sono offensivi, razzisti e sessisti, più riescono a coinvolgere le persone nelle loro campagne. In questo contesto, Internet è stato fondamentale per approfondire la polarizzazione tra una sinistra ridotta a concentrarsi sulla competizione elettorale tra il PT di Lula contro Bolsonaro, da un lato, e i movimenti conservatori, evangelici e neoliberisti che hanno sostenuto Bolsonaro dall’altro.

Un anno dopo le elezioni, Bolsonaro è stato espulso dal suo partito. Rimane l’unico Presidente senza un partito nella storia brasiliana. Dopo aver utilizzato Internet per vincere le elezioni, Bolsonaro ha continuato a governare utilizzandolo come palcoscenico, diventando il primo presidente a fare annunci tramite live streaming settimanali su Facebook. Come Trump, Bolsonaro ha mantenuto il tono bellicoso di un uomo che conduce un’eterna campagna elettorale anche dopo la vittoria, annunciando il suo progetto di gestione mediante la distruzione.

Ma non si tratta solo di Internet, della televisione e dell’uso di bot nei social media. La carriera politica di Bolsonaro prosegue da oltre trent’anni; tutta la sua famiglia ha legami profondi con le milizie che controllano parte del mercato della criminalità organizzata a Rio de Janeiro. I suoi tre figli, tutti parlamentari, hanno impiegato miliziani e loro parenti nei propri uffici, tra cui il rinomato assassino Adriano da Nóbrega. Da Nóbrega ha ricevuto una medaglia da Flávio Bolsonaro in Parlamento; i suoi colleghi della milizia imprigionati furono accusati di aver ucciso la consigliera Marielle Franco. Uno di questi era un vicino della famiglia di Jair Bolsonaro, che viveva nella stessa comunità elitaria.

Queste milícia o milicianos sono comuni nello stato di Rio de Janeiro: gruppi paramilitari di Polizia, ex poliziotti, vigili del fuoco e agenti di sicurezza che prendono il posto di organizzazioni criminali per vendere “servizi di sicurezza” a residenti e commercianti e monopolizzare società di trasporto privato illegale insieme all’accesso a proprietà immobiliari, connessione Internet, elettricità e altre risorse. Questi gruppi hanno le loro origini negli squadroni della morte sorti negli anni Sessanta per agire come sicari sotto la dittatura militare. Negli anni Ottanta, questi gruppi dominavano già diversi settori, consolidati dal terrore e, nel decennio successivo, dalla connivenza di consiglieri, deputati e sindaci eletti in diverse città di Rio. Non operano solo “dove lo Stato non arriva” ma rappresentano piuttosto una simbiosi della criminalità organizzata con lo Stato. Qualunque sia la corruzione emersa dai 14 anni di Governo del PT non può essere paragonata ai 50 anni di attività di questi gruppi, che hanno aiutato i membri della famiglia Bolsonaro a garantire le loro posizioni di parlamentari e Jair Bolsonaro come Presidente.

Combinando dottrine militari distorte, oscurantismo misto a un programma ultra-neoliberista e strategie elettorali mutuate da Steve Bannon e dai suoi amici, Bolsonaro ha introdotto un nuovo modo di governare - governare per distruggere - portando la Democrazia brasiliana a livelli talmente bassi da ricordare quelli del 1964. Il Ministro della Cultura ha citato Joseph Goebbels in un discorso televisivo, tra molte altre allusioni al regime nazista. Bolsonaro è un forte concorrente nel campo del populismo globale e il Brasile è il miglior candidato per essere il nuovo epicentro di questo virus letale e del suo culto della morte.

“E allora?”

Non sorprende che un Presidente che difende la dittatura militare, la tortura e gli squadroni della morte e mantiene stretti rapporti familiari con le milizie tratti con totale indifferenza una crisi sanitaria che uccide centinaia di migliaia di persone. Quando la pandemia ha colpito il Brasile, Bolsonaro ha seguito lo stesso copione del suo mentore, Donald Trump. In primo luogo, ha minimizzato i rischi della malattia e ha contraddetto scienziati e istituzioni sanitarie; in seguito, si è opposto alla chiusura delle attività commerciali e ad altre misure di lockdown, rifiutandosi di collaborare con altri elementi del Governo o di fornire fondi agli stati e alle città per contenere la malattia. Alla domanda su quanti fossero i morti, ha scioccato l’opinione pubblica con risposte come “ E allora ?” e “ [Non sono un becchino](https://g1.globo.com/politica/noticia/2020/04/20/nao-sou-coveiro-ta-diz-bolsonaro-ao-responder-sobre-mortos-por-coronavirus.ghtml9.” In un momento in cui la gravità della pandemia era innegabile, ha promosso l’uso dell’idrossiclorochina come farmaco miracoloso, proprio come il suo idolo negli Stati Uniti. Il suo Governo ha proposto un sussidio mensile di 200 reales (circa 30 Euro) per i lavoratori disoccupati o quelli che non potevano lavorare in modo informale durante il lockdown - e poi quando i parlamentari di sinistra hanno approvato una nuova proposta di 600 reales (circa 90 Euro), Bolsonaro si è preso il merito, guadagnando popolarità tra i gruppi e le regioni più povere del Brasile. Nell’agosto 2020, con 3,5 milioni di persone contagiate, Bolsonaro ha continuato a diffondere disinformazione sostenendo che “la maggior parte della popolazione è immune al coronavirus.” Riguardo alla morte di oltre 100.000 persone, ha detto “ Andiamo avanti con la vita.”

In altri decenni, di fronte a una pandemia, gli statisti avrebbero pronunciato discorsi vuoti affermando che la protezione della popolazione è la massima priorità. Oggi vediamo leader populisti di estrema destra orgogliosi di parlare con “autenticità,” stupidità” senza filtri” e “senza demagogia.” Leader come Bolsonaro e Trump rompono con il decoro che ci si aspettava in precedenza da chi è in carica o dai media. Dichiarano apertamente la loro ignoranza su campi specifici della gestione economica (“ Non sono un economista! o assecondano i loro seguaci con volgarità razziste, misogine e classiste. Incarnare quest’aria di “novità,” “anti-establishment” e “autenticità” significa avventurarsi dove nemmeno le più grandi figure politiche di sinistra o di destra arrivano.

Tombe del cimitero di Vila Formosa a San Paolo, il più grande dell’America Latina.

Oltre ad aver minacciato di inviare truppe per chiudere la Corte Suprema e ad altre dichiarazioni sensazionaliste, mentre altri Governi hanno introdotto lockdown forzati e legge marziale, il Governo federale del Brasile ha organizzato la propria versione di estremismo, consentendo la morte su scala genocida. Non si tratta solo di ignorare la scienza ma piuttosto di utilizzare la gestione scientifica per attuare eugenetica e sterminio di massa specifici. Accettando che il 70% della popolazione potrebbe contrarre “inevitabilmente” il COVID-19, Bolsonaro e il suo Governo hanno rischiato fino a due milioni di vittime, soprattutto tra coloro che sono già a rischio a causa di classe, età, sesso, etnia e luogo.

Di fronte a questo, i movimenti per la trasformazione sociale devono mostrare cosa significa essere veramente ribelli, rivendicando strumenti di lotta di cui si sono appropriati e che sono stati distorti dai nostri nemici. Le basi populiste rifiutano istituzioni che, all’inizio del secolo, solo gli anticapitalisti osarono mettere in discussione. Uno slogan dei movimenti no global, “ odio i media? Sii i media,” è stato corrotto in una versione di destra basata sullo screditamento di fatti verificabili e sulla diffusione di informazioni false per raggiungere obiettivi politici. Sfidare il modo in cui i conglomerati farmaceutici monopolizzano il campo della scienza non è più un passo verso l’aumento dell’accesso popolare alla conoscenza ma un mezzo per promuovere l’oscurantismo potenzialmente letale. Ora, quelli che cercano di sovvertire le istituzioni politiche non sono iniziative politiche auto-organizzate ma sono coloro che mirano a stabilire una forma di governo basata su voci e autoritarismo.

Quando immaginiamo un futuro oltre la Democrazia capitalista, dobbiamo immaginare una rivoluzione sociale e la fine delle classi sociali, il che implica un confronto permanente con tutte le gerarchie, non solo con le figure palesemente autoritarie come Trump, Bolsonaro e Orbán. L’alternativa sarà uno Stato ancora più brutale e iniquo, per sempre inginocchiato sul nostro collo mentre lottiamo per respirare.

IV. Solidarietà e attacco nell’era delCOVID-1984

“…La progressiva ricomposizione statalista è stata un passo indietro. Una battuta d’arresto. Per chi si affida all’emancipazione collettiva, il punto di riferimento deve essere sempre il livello più alto raggiunto dalla lotta sociale e mai quello che è possibile ottenere. Il possibile è sempre lo Stato, il partito, le istituzioni esistenti. Ma l’emancipazione non può fermarsi qui.”

–Raul Zibechi e Decio Machado, I limiti del progressismo

“La storia dimentica i moderati.”

–Andrew Bird

Dalle elezioni del 2018, persone e movimenti sociali si sono chiesti quale forma avrebbe assunto la resistenza radicale al Governo di Jair Bolsonaro. Come resistere a un nemico che sembra trasformare ogni controversia in slancio e ogni resistenza in pretesto per un’ulteriore repressione? Come possiamo mobilitare un’opposizione che non sia resa incapace da una sinistra pacificatrice e conciliante che si è abituata alla gestione dello Stato, vedendo la rivolta popolare come una minaccia all’ordine in cui si identifica? Alcuni episodi hanno dimostrato che molte persone sono disposte a fare il primo passo, per esempio nel 2019, quando gli antifascisti si scontrarono con i gruppi che celebravano l’anniversario del colpo di stato militare del 1964.

Durante i primi mesi della pandemia, le risposte migliori sono emerse nelle attività quotidiane di movimenti sociali, antifascisti e ultras organizzati che hanno affrontato e bloccato azioni di strada filogovernative, corrieri che hanno organizzato scioperi senza precedenti in tutto il Paese e residenti di favelas e squat che hanno organizzato azioni di solidarietà. Vediamo un modello promettente in questi esempi di mutuo soccorso tra poveri ed esclusi e di azione diretta di fronte all’ordine dominante e a coloro che lo sostengono. Tali lotte non si sono limitate a ciò che i politici ritengono possibile, che è semplicemente la gestione catastrofica del disastro. Non hanno aspettato ma hanno affrontato la situazione, rifiutando di restare paralizzati. Questo è ciò cui puntiamo.

“Bolsonaro fuori: noi siamo la resistenza!” Antifascisti a Porto Alegre, 17 maggio 2020.

Riprendiamoci le strade: antifascisti e ultras

“Senza la natura gerarchica ed egemonica dello Stato, che monopolizza l’uso della forza, l’economia, l’ideologia ufficiale, l’informazione e la cultura; senza gli onnipresenti apparati di sicurezza che penetrano in tutti gli aspetti della vita, dai media alla camera da letto; senza la mano disciplinare dello stato come Dio sulla Terra, nessun sistema di sfruttamento o violenza potrebbe sopravvivere.”

–Dilar Dirik, Radical Democracy: The First Line Against Fascism

Era da decenni che in Brasile non si vedeva la lotta antifascista emersa nei media e nei programmi di questi movimenti; c’è stata un’ampia copertura delle proteste ma anche minacce di criminalizzazione e repressione. A partire dal 2015, la destra ha ampliato la propria presenza in strada con marce domenicali per chiedere l’impeachment del PT, e poi, nel 2018, per eleggere Bolsonaro. Dopo le elezioni, i gruppi di destra hanno rivisto nuovamente questo modello, inscenando “proteste” a favore del Governo. Le hanno organizzate nei fine settimana in modo da non ostacolare la circolazione dei veicoli e del commercio nei giorni feriali - diversamente dai movimenti anticapitalisti che si organizzano con l’obiettivo di paralizzare la circolazione urbana durante l’ora di punta a metà settimana.

Questo non è stato un trionfo per l’organizzazione di base di destra; è stato effettuato con il sostegno diretto della Polizia e dei corpi di sicurezza. Fascicoli della Polizia militare trapelati alla stampa hanno portato alla luce che i vertici della Polizia trattano le manifestazioni filogovernative come innocue, lodandole anche quando violano misure sanitarie come l’obbligo di indossare mascherine. Sebbene sia incostituzionale discriminare le manifestazioni politiche su base ideologica, collegando alcune organizzazioni e persino partiti politici a crimini come il vandalismo, la Polizia non ha nemmeno monitorato le azioni della destra, mentre le proteste dell’opposizione sono state classificate come “minaccia all’ordine” e brutalmente represse Ancora una volta, vediamo le linee di esclusione all’opera nel modo in cui la repressione si concentra sulle manifestazioni popolari della maggioranza di sinistra, ai margini, nera e povera, mentre gli agenti di Polizia scortano, proteggono e scattano foto con i sostenitori per lo più bianchi di Bolsonaro provenienti da quartieri esclusivi che si muovono in carovane di veicoli di lusso. Lo Stato cerca di determinare quali azioni politiche guadagneranno spazio nelle strade e quali saranno represse.

Andando contro tutto questo, nel 2020, ultras e lavoratori precari hanno organizzato diverse manifestazioni pubbliche. Il 3 e il 17 maggio, a Porto Alegre gli antifascisti hanno interrotto le proteste bolsonariste che chiedevano il ritorno della dittatura militare, intonando lo slogan “ Indietro, Fascisti.” Queste sono state alcune delle prime manifestazioni dell’anno - dopo molti mesi - per sfidare l’egemonia bolsonarista nelle strade.

Come nel resto del mondo, i media hanno discusso se fosse “essenziale” incontrarsi negli spazi pubblici per affrontare le manifestazioni a sostegno di Bolsonaro e per la riapertura delle imprese. I capi e gli esperti non vedono alcun problema nel farci ammassare sugli autobus, nelle code, nei luoghi di lavoro precari e nei servizi di consegna cresciuti mentre patiamo il virus e la privazione - riteniamo quindi necessario riunirsi per bloccare i difensori di questo sistema economico omicida e la circolazione del lavoro per la produzione e dei beni per il consumo.

Tifosi di calcio in Av. Paulista a San Paolo, il 31 maggio 2020.

Un rider si unisce alle proteste in prima linea contro la repressione della Polizia.

Il 9 maggio, circa 70 tifosi del Corinthians nella città di San Paolo hanno organizzato una piccola azione nello stesso momento e luogo di una manifestazione filogovernativa. L’azione [ha bloccato la protesta bolsonarista](https://revistaforum.com.br/movimentos/corintianos-impedem-manifestacao-de-bolsonaristas-na-avenida-paulista/9; questo, insieme alle immagini di qualcosa di simile accaduto a Porto Alegre il 17 maggio, ha attirato l’attenzione sui social e ha fatto riversare più persone in strada. Il 31 maggio, giorno in cui queste azioni si sono diffuse su scala nazionale, i tifosi di diverse squadre di calcio sono scesi in piazza a San Paolo per contrastare le proteste dei sostenitori del Presidente. I fan di Gaviões da Fiel, uno dei più grandi club del Paese, con una storia politica risalente agli [anni peggiori della dittatura](https://www.nexojornal.com.br/externo/2019/02/16/Como-o-futebol-brasileiro-encarou-a-ditadura9, ha indetto manifestazioni con gruppi di tifosi rivali come Palmeiras, San Paolo e Santos. Questo momento di unità tra diverse squadre e altri gruppi antifascisti ha attirato una folla quasi dieci volte più grande del gruppo bolsonarista. La Polizia ha cercato di formare cordoni per tenerli isolati ma uno scontro si è verificato quando gli antifascisti hanno risposto alle provocazioni dei manifestanti che portavano bandiere americane e del gruppo neonazista ucraino Pravy Sektor. La Polizia è intervenuta, attaccando gli antifascisti e proteggendo i neonazisti su Paulista Avenue. Gli antifascisti hanno resistito a lungo, erigendo barricate e bloccando le strade.